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Cittá partecipata

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Quando Alessandra mi ha detto che Michele (Associazione Labuat) avrebbe voluto chiedermi di occuparmi del giardino da realizzare al Parco archeologico delle mura greche ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto molto occuparmi di un progetto simile. Ero contento. Ero contento anche perché mi attirava molto l’idea di lavorare con Alessandra. Le nostre esperienze sono diverse, lei un’artista, io un architetto. Trovavo stimolante l’incontro di questi due mondi ed ero molto curioso di vedere cosa ne sarebbe scaturito.
Alla fine ho detto di sì. Da subito provo un certo disagio dato dal fatto che avrei dovuto lavorare in un contesto al quale sono estraneo. Sento subito l’esigenza di familiarizzare con quel posto, farlo mio, respirarne l’aria e trarne ispirazione e geometrie.

Il contesto è molto particolare. Il Parco delle mura greche è un’area molto vasta all’interno della città di Taranto. E’ un’area archeologica con ancora presenti i resti delle vecchie mura di cinta della città di fondazione greca. Quei resti lì abbandonati sono una testimonianza forte e simbolicamente potente, ma allo stesso tempo fragile nella materia e nel cuore della città stessa.
Il triangolo dista pochi metri da quelle mura, al centro di uno spazio orizzontale ma circondato da alti palazzi, testimoni di quel presente poco curante del passato, un presente che evidentemente non ritiene di doversi relazionare con ciò che è stato prima di lui.
In fase di progettazione una delle esigenze che sono emerse è stata quindi quella di creare qualcosa di bello, di armonico. La bellezza e l’armonia. Concetti una volta fondamentali proprio per i greci, sono oggi da riscoprire, da valorizzare e da difendere, soprattutto in una città come Taranto. Taranto è infatti una città piena di contraddizioni, dove la fitta nebbia del presente, una nebbia rossa e carica di pessimismo, riesce ad avvolgere ed a spingere nell’oblio e nell’indifferenza quelle bellezze architettoniche e naturali di cui è inscindibilmente intrisa. Taranto è bella, di una bellezza decadente ma sempre affascinante. E’ come quelle belle donne che dopo aver sofferto molto smettono di prendersi cura di sé e rimangono nel loro sconforto. Taranto è una città difficile, una città che ha toccato il fondo. Ma è una città con un potenziale enorme, una di quelle città che se solo si decidesse a trovare in sé la forza di rialzarsi diventerebbe come quei fiore che nascono solo nel letame, mica tra i diamanti! C’è tanta voglia di fare a Taranto. Forse non esiste ancora una visione, una meta precisa verso la quale remare, ma di sicuro c’è chi sta provando a remare, anche un po’ a casaccio forse, in cerca di quella meta, di quella salvezza. Questo giardino ne è la prova, ed è grazie ad associazioni come Labuat ed a persone come Michele ed Alessandra che questo uno spazio abbandonato viene recuperato e reso vivo.

Nel gioco di ruoli iniziale io mi sarei dovuto occupare di dare verticalità al triangolo, Alessandra invece si sarebbe occupata della parte botanica del giardino. Sin da subito s’intuisce che questi ruoli non sarebbero stati così rigidi e si inizia a progettare insieme abbozzando schizzi, schemi, calcoli. L’idea iniziale, proposta da Michele, era di inserire degli elementi verticali che potessero servire da sostegno per delle lampade. Si comincia così a pensare a delle soluzioni esteticamente armoniche, funzionale, ma anche economiche.  Quello dell’economicità del progetto non è l’unico tema che ci si trova sin da subito ad affrontare, inizialmente anche i tempi di realizzazione ipotizzati hanno rappresentato una certa sfida, così come la manodopera a disposizione e l’accessibilità al triangolo per il trasporto del materiale.
Dopo poco si giunge a schizzare un progetto più o meno fedele a quello che verrà poi realizzato. Un progetto semplice quindi e relativamente economico. In quel progetto il triangolo sarebbe stato riempito con terra ed all’interno sarebbero state allocate delle vasche d’acqua nelle quali sarebbero state piantate delle piante acquatiche. Gli elementi verticali sarebbero stati dei pali in legno/bamboo con pesci rotanti sulla sommità. Un altro elemento sarebbe stato un palo con in cima una ruota di bicicletta libera di girare con il vento e sulla quale sarebbero stati fissati dei piccoli campanellini. Ulteriori elementi verticali che comparivano in quel progetto erano dei cerchioni di bicicletta conficcati per metà nel terreno.  L’idea era proprio quella di creare un gioco, un movimento, un suono. Ecco, il movimento, il suono. Quasi a rompere un incantesimo.
Riusciamo a risolvere agevolmente molti nodi di quel progetto. Ordiniamo le piante e nove grandi vasi che, opportunamente sigillati, fungeranno da vasche per le piante acquatiche. Ordiniamo le canne di bamboo e troviamo tre tronchi consegnatici dal mare tra le rocce a Satùro i quali fungeranno da sostegni verticali per i pesci. Disegniamo i pesci stilizzati e chiediamo ai ragazzi di ideatagliolaser di tagliarli a laser su plexiglass e legno. Troviamo presso le Ciclofficine tarantine alcuni cerchioni di bicicletta che fanno giusto al caso nostro. C’è da dire che il triangolo a novembre era già stato riempito alla base con macerie e detriti cementizi che avrebbero aiutato a migliorare il drenaggio delle acque pluviali.

Le criticità di quel progetto rimangono sostanzialmente tre: la terra, gli ingranaggi che avrebbero consentito il movimento degli elementi ed i tempi di realizzazione.
La cosa importante per una buona riuscita del progetto è una buona comunicazione tra tutti i soggetti coinvolti: io, Alessandra e Michele. Gli scambi di mail non mancano in questa fase, né gli incontri per discutere e confrontarsi sul progetto e sulle sue criticità appunto. Questi incontri sono sempre stati utili ad individuare appunto le debolezze del progetto e le soluzioni a queste ultime, soprattutto dal punto di vista organizzativo e del reperimento dei materiali.
Si giunge al 23 dicembre ed io, non essendo di Taranto, torno a Trapani, in Sicilia. Decido però di portarmi i compiti a casa per le vacanze. A questo punto l’idea è di mettere insieme tutto e realizzare l’intervento a gennaio. A Trapani continuo a cercare soluzioni tecniche per consentire il movimento dei pesci sulle canne di bamboo e sui tronchi di legno. Lavoro dunque con il padre di un mio caro amico, il sig. Antonio Parrinello, per la creazione di alcuni pezzi speciali che possano permettere appunto la rotazione dei pesci. Due di questi pezzi vengono creati a partire da due cuscinetti attorno ai quali vi è un supporto che verrebbe conficcato nei tronchi e sui quali sarebbero stati fissati i pesci. Un altro pezzo viene creato con lo stesso principio ma a partire dalla ruota di un vecchio pattino.
Al mio rientro a Taranto rimane da risolvere il problema della terra. Dove prenderla? Quanto ci costa? Come la portiamo al triangolo? Le risposte a questi quesiti non arrivano entro i primi di febbraio.
Durante quel periodo io mi occupo di assemblare i pezzi e di preparare tutti gli elementi che andranno a comporre il giardino. Mi reco a Paolo VI per andare a trovare Aldo, un allegro signore che recupera materiali di diverso genere e li ricicla per farne le sue piccole opere d’arte. Aldo è un tipo originale e mi piace l’idea di coinvolgerlo in questo progetto. E’ lui che trova il modo di far girare la ruota di bicicletta posta con un perno in cima ad un tronco. Ritaglia alcune bottiglie di detersivi e ne ricava quattro pale. Le pale, correttamente fissate sulla ruota, permettono infatti che la ruota giri grazie al vento. Aldo è stato molto gentile e disponibile ed lo ringrazio per questo.

Alessandra si occupa di concordare con il vivaio le piante che restano da ordinare anche a causa di una nevicata, annunciata da giorni ma della quale il vivaista sembra non fosse stato avvertito in tempo, che ha danneggiato irrimediabilmente alcune delle piante precedentemente ordinate. Il 5 febbraio parto di nuovo e torno in Sicilia. Decidiamo dunque di finire il lavoro nella prima settimana di marzo.
Il 28 febbraio torno a Taranto, le piogge degli ultimi giorni hanno reso il triangolo una vasca d’acqua. Michele ha già comprato i badili, un sacco di cemento, una carriola, ed altri attrezzi utili. Il 2 Marzo si comincia a lavorare. Svuotiamo il triangolo ormai pieno d’acqua e ne riempiamo le vasche. Sistemiamo i detriti sul fondo del triangolo. Posizioniamo le vasche piene d’acqua.
Il giorno seguente  le vasche ci sono ancora.. cominciamo bene! C’è un bel sole ed il clima tra di noi è allegro e determinato allo stesso tempo. Per il giorno dopo è prevista pioggia, bisogna finire tutto entro oggi! Iniziamo collocando le canne di bamboo ed i tronchi, con relativi pesci rotanti e non, e li fissiamo al fondo del triangolo creando loro delle piccole fondazioni all’interno di piccoli contenitori di plastica. A questo punto manca solo la terra. Beh, la terra non c’è. La terra costa troppo e il trasporto sarebbe difficile e costoso. Allora che fare? Già il giorno prima, con Michele, avevamo risolto il problema decidendo di non utilizzare affatto la terra. Infondo non abbiamo molte piante da piantare nella terra. La maggior parte delle piante sono acquatiche. Decidiamo quindi di riempire il triangolo con della ghiaia. E’ facile da reperire, economica e poco distante dal parco. Il trasporto lo organizza Michele con l’utilizzo di un piccolo quattro ruote con cassone, della grandezza giusta per poter entrare all’interno del parco. Si organizzano due viaggi e la ghiaia trasportata si rivela essere sufficiente. Aggiungiamo due piccole aiuole con la poca terra a disposizione e, finite di piantare le piante, il triangolo è pronto.
Siamo tutti soddisfatti e consapevoli di aver fatto un bel lavoro. Si è creato un bel gruppo di lavoro e non sono mancate le persone che passando ci hanno lasciato un sorriso, una parola gentile. Personalmente sono molto contento dell’esperienza e del risultato finale. Abbiamo creato qualcosa di bello e fragile allo stesso tempo, qualcosa da preservare e non da distruggere, qualcosa che di certo non passa inosservato. Sono contento di aver lasciato qualcosa in questa città, una piccola traccia di venerea bellezza. Lascio Taranto, una città per me ancora troppo misteriosa e difficile da decifrare.
Antonino Agueci

Vuoto 26Il giardino dei pesci volanti ha iniziato ad esistere nella mia immaginazione quando durante il progetto Landscape Choreography qualcuno ha creato un’immagine con la parola giardino scritta lì dove avrebbe voluto che il giardino si avverasse. Una parola, quella giusta, che evoca esattamente la realizzazione del desiderio.
Quando ho visto quell’immagine l’idea che lì ci fosse già un giardino non mi ha mai abbandonata.

Dopo due anni il giardino è stato realizzato con delle idee che attraversano il mio archivio di forme e colori proprio da un paio d’anni. In quel periodo disegnavo arredi urbani che mettessero allegria, alte aste di metallo che sorreggevano grandi pesci alla sommità, uno per asta, a formare eserciti di pesci volanti, dipinti con smalti vividi azzurri o oro. Relegai al cassetto quei disegni, come molti altri e come spesso accade, mi sono ritornati alla mente quando, con Antonino Agueci, abbiamo iniziato a buttar giù degli schizzi per il giardino del Parco delle mura greche su invito di Michele Loiacono di Labuat.
Il giardino doveva nascere in un piccolo triangolo all’interno di una vasta forma tra erba, fiori, ruderi di mura greche, abitazioni, una scuola media, architetture pubbliche in abbandono e una occupata da associazioni e cittadini che trattano tematiche sociali.
Tutto intorno il cielo vasto e alti palazzi, torri, grattacieli.

Conoscevo bene quello spazio, avevo frequentato quella scuola e avevo passeggiato per quelle viette tra l’erba quando per pochissimo tempo lo spazio inizi  ad essere più vissuto dopo una rigenerazione che si verific  fallimentare per poi tornare in abbandono.
Ho visto da adolescente le mura sorgere dalla terra, messe in luce e ritornare nel nero con cumuli di spazzatura quando ero già in fuga da una sempre più incupente Taranto.
Tornata in città dopo la mia formazione accademica come scenografa, gli studi sulla trasmissione di messaggi poetici da un linguaggio artistico all’altro e sull’osservazione dello spazio e l’azione su di esso come performer, ho riguardato il parco con occhi desiderosi di vederlo rinascere in bellezza, felice dell’invito di fare qualcosa lì.
L’archeotower era occupata e aveva iniziato il percorso con cittadini e associazioni sulla cura del verde, Labuat con un progetto europeo aveva già guardato lo spazio con amore pensandolo come luogo in cui agire artisticamente.

Sono ritornata lì e ho preso il mio tempo per osservare, stare.
Un vasto orizzonte caratterizza il luogo, spezzato dalle linee verticali dei palazzi intorno, in prospettiva vicini e lontani. Il triangolo vuoto era ormai nella nostra testa un giardino, bisognava capire che forma avrebbe potuto avere.
Ritornano così alla mente le alte e sottili innocue e fragili figure di aste che sorreggono i pesci volanti.
In quello stesso spazio nella fallimentare rigenerazione era stata realizzata una vasca d’acqua. Ricollezionando immagini prende vita con facilità l’idea di un piccolo giardino dove vasche tonde di varie misure e colori come dei pois, se viste da una prospettiva aerea, si alternano a piante che amano l’acqua e che possono vivere senza troppe cure come graminacee, bambù nero e bianco, papiri. Le vasche tonde accolgono bulbi di giacinti d’acqua e ninfee che stiamo vedendo germogliare e vedremo fiorire col grande caldo. Tra le vasche sottilissime canne sorreggono pesci di varie misure e materiali, legno, specchio, plexiglass, che performano il vento,  lo rendono visibile, girano con esso.
Ne risulta un luogo delicato e fragile di linee sottili nel mezzo di uno spazio ancora molto trascurato, ma che si riempie sempre più di vita.
Nel rumore di decespugliatori aggressivi che non preservano biodiversità ma favoriscono la tabula rasa e ancora qualcuno che imperterrito usa la terra come cestino della spazzatura, il giardino dei pesci volanti è un piccolo bacio sulla fronte di uno spazio che come tutti anela ad un abbraccio più grande, diffuso.
La fragilità e la delicatezza della cura, dello sguardo e azioni amorevoli, nei luoghi dell’abbandono, creano quello spiazzamento che attira lo sguardo, smuove qualcosa e in qualcuno semina il desiderio di curare il luogo in cui si vive, in contrapposizione con la noncuranza, la dozzinalità, il lavorare con mediocrità e disamore, energie basse e cupe per cui è arrivato il momento di un cambio di rotta.

Con grande sorpresa il piccolo giardino con i suoi pesci preziosi, le sue piante, non ha subito azioni vandaliche, è stato rispettato e attorno a sè ha creato in risonanza momenti di festa e alcuni ‘grazie’ che speriamo tutti si convertano in azioni concrete di bellezza.
Un piccolo Atto poetico ha popolato le vasche in attesa del fiore d’acqua, di un tappeto di fiori di campo disposti sull’acqua come preghiera, come desiderio e attesa delle ninfee e dei giacinti.
Lo sguardo artistico è uno sguardo d’amore profondo, di indagine, ricerca. La sincerità che l’artista deve mettere in quello che fa è dato dal fatto che la buona arte viene dal profondo di chi la fa. Se l’azione non è sorretta da questi valori, non creerà nulla se non ancora immagini da cestinare.

Alessandra Guttagliere

IMG_2891Il progetto Landscape Choreography prevede attività di ricerca multidisciplinari in aree abbandonate, dove coreografia, danza e teatro sono alcuni degli strumenti utili per conoscere il contesto e “prenderne le misure” e relazionarsi con i cittadini attivi, ma anche linguaggi che “accompagnano” pratiche di trasformazione urbana.

Labuat partecipa a questo progetto decidendo di lavorare nel quartiere Solito Corvisea di Taranto, dove molti di noi sono cresciuti. Un quartiere che, pur non presentando i gravi problemi di altre periferie cittadine, ha tutte le problematiche di un quartiere dormitorio.

Inizialmente prevedevamo di realizzare nel parco archeologico delle mura greche spazi per orti urbani come luoghi per l’aggregazione, il tempo libero e il giardinaggio.

Per coinvolgere i residenti del quartiere nella cura dello spazio pubblico vicino alle proprie case, abbiamo iniziato con   incontri informali che con il tempo sarebbero potuti diventare delle vere assemblee pubbliche da organizzare nei condomini, nelle scuole o nelle chiese.

Tutto questo lavoro di partecipazione, specifico sul parco, non è stato mai realizzato come pensato all’inizio, perché gli eventi (in particolare la “questione ilva”) hanno portato numerosi cittadini a riunirsi proprio in quel parco per assemblee nelle quali si provava ad immaginare un nuovo sviluppo della città, superando la monocultura industriale.

Improvvisamente si è portato al centro del dibattito il tema dello spazio pubblico e degli spazi demaniali da sempre negati alla città e soprattutto si è affrontata la questione del ruolo dei cittadini nei processi di trasformazione e cambiamento del territorio.

In quel momento di fermento, coinvolti emotivamente da quello che accadeva, abbiamo deciso di dare un nostro contributo alle attività che si realizzavano nel parco, attraverso le pratiche e i linguaggi dell’arte.

Ci siamo così ad esempio ritrovati ad ospitare, durante il concerto del 1 maggio 2013, un progetto di Plastique Fantastique, costruendo così uno spazio temporaneo di aggregazione giocosa.

Volevamo, spinti dall’entusiasmo, costruire insieme ai ragazzi del comitato, che nell’estate del 2013 si dedicavano alla pulizia e all’arredo del parco, uno spazio laboratorio, acquistando un container, da rendere autosufficiente energeticamente con pannelli solari, da poter utilizzare anche come quinta per proiezioni e spettacoli.

Il progetto del container/laboratorio non è stato realizzato per la mancata comprensione, da parte dell’amministrazione comunale, delle finalità del progetto e per un’incapacità, da parte di tutti, di costruire percorsi temporanei, creativi e innovativi di riuso dello spazio pubblico, in un patto di collaborazione fra cittadini e pubblica amministrazione.

Il parco, così, a poco alla volta è rientrato sempre meno nell’interesse di gruppi di cittadini che hanno spostato le loro azioni in altre zone della città.

Da questo momento, essendosi esaurito quel fervore che aveva animato nei mesi precedenti il parco, abbiamo deciso di continuare le attività, utilizzando uno spazio triangolare, una grande vasca di cemento mai utilizzata e piena di rifiuti, come palestra a cielo aperto dove fare, sbagliare, imparare, conoscere, trasformare, costruire un nuovo immaginario contemporaneo del luogo, insieme a tutti i cittadini interessati.

Il progetto ha deciso di favorire il rafforzamento di una apparentemente “debole” comunità di residenti e non, per lo più giovani precari e disoccupati, attraverso il loro coinvolgimento in attività lavorative per la costruzione di arredi e allestimenti, puntando sulla qualità delle relazioni piuttosto che sulle competenze tecniche.

Così è nato un palco per spettacoli e proiezioni, così è stato ripristinato il muretto che delimita questa vasca, così è stato realizzato un angolo di giardino con piante acquatiche.

Tutto quello che abbiamo costruito, come ad esempio un tavolo da ping pong, è stato fatto con materiali di buona qualità ed è stato lasciato senza protezione nel parco.

All’inizio abbiamo visto da parte di chi non ci conosceva scetticismo, curiosità e spiazzamento, che con il tempo si sono trasformati in apprezzamento, collaborazione e fiducia.

Ci piace constatare che il parco archeologico oggi è molto diverso da quello che avevamo davanti agli occhi cinque anni fa ed inizia ad essere un giardino.

Il merito non è il nostro ma di quella congiuntura favorevole che ha fatto sì che uno spazio abbandonato da sempre si popolasse negli ultimi anni di varie esperienze di cittadini, associazioni, comitati.

Noi abbiamo provato a stare insieme a loro.

Fra le tante esperienze e storie che hanno attraversato il parco, oggi la più viva è quella dell’archeotower, spazio liberato dall’abbandono da tre anni, adesso a servizio del quartiere, nel quale assolve la funzione di un centro per l’educazione ambientale e per il giardinaggio.

Il nostro percorso continua, al parco, ma non solo.

Il racconto del progetto Landscape Choreography parte da una frase di Gilles Clement, paesaggista francese autore di testi che hanno contribuito a cambiare il modo recente di guardare e vivere il paesaggio.

Abbiamo il piacere di accompagnarci con lui ed altri amici in un percorso che da tre anni a Lecce, alle Manifatture Knos, vede nascere, grazie all’intervento di gruppi di persone, un giardino nel mezzo di un parcheggio di 10.000 mq di asfalto.

Landscape Choreography continua così a sviluppare la ricerca anche a Lecce nell’ambito degli incontri del terzo luogo che hanno come tema quello degli spazi dell’indecisione.

Indecisione come strumento in mano a cittadini consapevoli, utile per trasformare i luoghi, seguendo i cicli e i tempi della vita reale, lasciando in questo modo, quanto più spazio possibile all’imprevedibile.

 

IMG_1995Ci sono un maliano, una marocchina, una bielorussa, due persiani e tre italiani. Questo non è l’inizio di una barzelletta ma di una bella storia.
Una delle tante storie belle e semplici che si ambientano tutti i giorni, nei luoghi più impensabili della nostra città.
Il luogo dove questa storia si svolge ha in passato accolto altre storie, prima di tutto quelle della comunità armena. Si tratta della piccola chiesa di Sant’Andrea degli Armeni, nella piazza Monteoliveto di Taranto vecchia. Un’unica sala rettangolare di epoca cinquecentesca che oggi continua a raccontare le sue storie insieme a quelle di questi ragazzi.
Daouda, Fatima, Maryia, Mohamad, Shadi, Manuela, Stefania e Giovanni si incontrano tutti i giorni in questa chiesa per lavorare al progetto Quell’angolo di mondo promosso dall’associazione Salam, finalizzato all’integrazione sociale e lavorativa e finanziato da Piccoli Sussidi. Non sono però questi dati a rendere la storia interessante.
La storia di questo progetto è interessante se ascoltata insieme a quella del convicinio di piazza Monteoliveto e del progetto Domus Armenorum. Un gruppo di residenti, Giovanni, Luigi, Mimma, Mimmo, Palma, si uniscono per valorizzare il luogo della città vecchia dove hanno deciso di vivere e facilitare l’apertura e la visita della chiesa degli armeni, da anni colpevolmente chiusa. Condividono la chiave della chiesa ed insieme ad essa le responsabilità di tenere quel posto pulito e accogliente, pronto ad essere aperto al primo visitatore o curioso che lo richieda.
Se passi, una qualsiasi mattina, dalla chiesa, troverai le otto persone dell’inizio della storia intente a produrre i contenuti che presto diventeranno una APP per smartphone e tablet, un’audioguida in francese, arabo, russo, persiano e armeno della città vecchia. Grazie ai fondi del progetto hanno acquistato alcuni tablet da fornire ai turisti e dar loro la possibilità di ascoltare le guide in alcuni punti della città vecchia che troveranno segnalati. Anche in questo caso, non è l’elenco delle attività da loro svolte ad essere importante, quanto la rete di relazioni e di conoscenze che grazie a questo progetto si sta creando intorno alla chiesa.
Ogni volta che ti affacci nella chiesa loro ti sorridono e salutano, li vedi leggere insieme e scrivere ma soprattutto porsi delle domande sul luogo in cui sono. Non hanno l’idea di realizzare un nuovo servizio turistico ma vogliono costruire una nuova idea di turismo e di fruizione del patrimonio architettonico anche “minore” della città vecchia. Li senti parlare di turismo sociale mentre ripuliscono e rendono leggibile la lapide che ricorda, su un palazzo a pochi metri  di distanza, la nascita in quello stabile di Giovanni Paisiello. Ripulire quella targa significa leggere e conoscere il suo messaggio e soprattutto ricordare che, in uno dei tanti palazzi abbandonati e murati della città vecchia, si conserva un  pezzo importante della storia della nostra comunità.
In quell’edificio fino a poco tempo fa ci vivevano delle famiglie. Oggi sono state allontanate per problemi di staticità ed il palazzo risulta vuoto, lasciando intravedere in alcuni panni stesi i segni di una vita recente. Oggi il palazzo è silente, morto. In quel palazzo da anni si parla di realizzare il progetto della casa museo di Giovanni Paisiello  per il quale sarebbe già stato stanziato un finanziamento. Conosciamo purtroppo le storie di questi interventi di recupero in città vecchia, le lungaggini dei passaggi amministrativi e le difficoltà della gestione una volta terminate le opere. Tanti edifici recentemente restaurati sono tornati in poco tempo all’abbandono per l’incapacità di inserirli in una visione strategica e programmare una gestione integrata del patrimonio dell’isola.
L’idea di continuare a vedere il palazzo vuoto, in quella piazza dove tanto si sta facendo per riportare nuova vita e relazioni, intristisce. Ci piacerebbe cambiare il finale di una storia già troppo noto e immaginare una scelta coraggiosa e contemporanea, seguendo il dibattito internazionale sui sistemi museali, spesso in crisi. Sarebbe affascinante valutare un percorso condiviso con i cittadini, le associazioni, le scuole di musica e i conservatori, per costruire insieme il museo dei cittadini dedicato a Giovanni Paisiello.
Un percorso lento e quotidiano, che riservi il giusto tempo allo studio, alla riflessione, alla conoscenza e all’ascolto.Un percorso vivo da subito, che adotti quell’edificio e insieme ad esso la figura di Paisiello e la sua musica, aprendo una riflessione sul ruolo che può avere oggi la musica a Taranto. La casa/museo della vita e dell’abitare. Una casa/museo pensata per rafforzare il messaggio di apertura, accoglienza e adozione che oggi ci arriva dalla chiesa degli armeni, inserita nell’ambito di un turismo sociale o di comunità. Noi, con chi lo vorrà, proveremo comunque a scrivere la storia del museo dei cittadini e ci piace pensare che abbiamo già iniziato a farlo.

armeniNel 1969 i dati di rilevamento indicavano per la città vecchia di Taranto una popolazione residente di 15.861 unità per lo più occupata nei settori della pesca, dell’industria e dell’edilizia. Già con il censimento del 1975, all’indomani del tragico crollo di Vico reale, nei pressi di via Cava, si contavano 4000 unità in meno, e l’esodo crebbe man mano che il degrado delle zone limitrofe aumentava, riducendo progressivamente la popolazione residente, fino alle attuali 2.400 unità. I settori produttivi maggiormente colpiti dal degrado sono stati la pesca, l’agricoltura, l’industria e il commercio. Il settore nel quale la popolazione è maggiormente impegnata è quello della pesca e della mitilicoltura. Nel settore dell’artigianato si è assistito ad una notevole perdita di consistenza, tanto per numeri di addetti quanto per numero di botteghe. Il settore del commercio è entrato ugualmente in crisi, in quanto rivolto quasi esplicitamente ad una domanda interna. Allo stato attuale, nonostante numerosi progetti di riqualificazione, non sono in atto progetti di ampio respiro che vedano un coinvolgimento diretto, anche da un punto di vista occupazionale, degli abitanti stessi del quartiere. Il lavoro così svolto sulla “pietra” non produce un reale miglioramento delle condizioni di vita e destina gli stessi edifici restaurati a essere presto abbandonati e a ritornare in uno stato di degrado.
La città vecchia di Taranto appare oggi una città fantasma. Nella realtà dei fatti invece, nei sotterranei, nell’intimità degli spazi privati, in tanti magazzini, solo apparentemente abbandonati, c’è una vitalità che a volte riserva grandi sorprese. Tutto quello che avviene, nell’informalità dei processi, è veloce e dinamico e difficilmente i progetti ufficiali e le normative delle pubbliche amministrazioni, con i loro tempi ben più lenti, riescono a stare al passo con quello che avviene.
Nella realtà dei fatti ci sono due livelli di risposta ai molti problemi del centro storico di Taranto.
Dal piano Blandino ai progetti di Urban II, dall’Area Vasta ai Piani Città, innumerevoli sono stati i tentativi di rigenerazione urbana che si sono fino ad ora arenati, soprattutto di fronte alla difficoltà di reperire i fondi necessari per tutelare e ristrutturare l’immenso patrimonio immobiliare diffuso, e subito dopo renderlo vivo con attività, idee e start up di microimprese.
Sul piano informale si assiste invece a una molteplicità di dinamiche: scambi di case pubbliche attraverso accordi verbali e fiduciari fra parenti e amici, logiche di auto-sostentamento verso le persone con maggiori disagi sociali, auto-recupero di spazi pubblici, sopraelevazioni, architetture parassite.
Particolarmente deplorevoli sono le condizioni del Patrimonio Culturale dell’isola, risorsa di inestimabile valore che lungi dall’essere una opportunità di riscatto, morale, sociale ed economico, costituisce ad oggi una debolezza se non un problema vero e proprio. Un chiaro esempio di questa condizione è rappresentato dalla vicenda della Chiesa di San Paolo, risalente al XVI secolo, ubicata in via Pentite, a pochi passi dal Duomo da tempo chiusa, abbandonata, incustodita e consegnata al degrado ambientale. A febbraio del 2011 i suoi muri si sono sbriciolati, è crollato il muro perimetrale e poi ha ceduto una parte della cupola, le cui macerie hanno investito delle auto parcheggiate ed una persona, che solo per miracolo non ha subito gravi danni.
Al momento di intervenire per ripristinare le essenziali condizioni di messa in sicurezza dell’area, ci furono notevoli problemi finanche per risalire all’effettiva “proprietà” del bene, condizione questa, che è purtroppo comune a tante, troppe altre testimonianze architettoniche della città vecchia. Ci troviamo di fronte a una strana situazione dove il pubblico non è capace di prendersi cura totalmente del suo immenso patrimonio storico-artistico, che si perde giornalmente, ed il privato, abituato a ragionare “alla giornata”, cerca di sfruttare tutto quello che ha a disposizione in loco, portando avanti, a volte inconsapevolmente, progetti di auto-costruzione e auto-recupero, microimprese informali, che hanno come base una grande umanità e attenzione sociale, e a volte sono veri e propri progetti “culturali”.

La proposta dell’Associazione LABUAT,  è quella di sperimentare nuove forme di tutela, valorizzazione e gestione partecipata del patrimonio culturale diffuso nell’isola, partendo come intervento pilota da quella che consideriamo una “buona pratica” già in atto, la “cura spontanea” da parte di cittadini residenti e qualificati operatori culturali della chiesa di Sant’Andrea degli Armeni. “Cura” che quest’associazione intende stimolare e supportare con il progetto “DOMUS ARMENORUM”.

IL “CONVICINIO” di Sant’Andrea degli Armeni. Un bene relazionale, oltre che culturale.
Proprio intorno alla chiesa rinascimentale di Sant’Andrea degli Armeni infatti, era urbanisticamente organizzata una delle più interessanti piazzette della città vecchia di Taranto, quella di Monteoliveto (già Largo del Giesù). L’edificio racchiude un alto valore storico, essendo la sua edificazione “a fundamentiis” del 1573 avvenuta per sostituire un omonimo edificio di culto preesistente, connesso con lo stanziamento in città vecchia, nella vicina Piazza S. Costantino, di un consistente nucleo di Armeni giunto in Puglia nell’XI secolo al seguito dei Bizantini. Su piazzetta Monteoliveto oggi, si affacciano ancora, a pochi metri l’una dall’altro, l’enorme fabbrica settecentesca della Chiesa dei Gesuiti (Madonna della Salute), in attesa del completamento dei lavori di restauro, il palazzo che diede i natali a Giovanni Paisiello, tra i più importanti e influenti compositori d’opera del Classicismo, aspirante museo a rischio crollo, ed il settecentesco Palazzo Gallo, già acquisito da privati. La chiesa e parte delle pertinenze, già sconsacrate e cedute dal Demanio a privati agli inizi dell’Ottocento, furono assegnate in fitto ed adibite a spaccio di vino piuttosto che ad abitazione1, ed infine utilizzati come laboratorio da un falegname, fatto questo che l’ha sicuramente preservata dai danni legati al degrado seguente all’abbandono e al vandalismo comune.
Il monumento, di singolare rilevanza artistica e culturale anche se “misconosciuto”2, dopo il tragico crollo della chiesa di San Paolo di Via Pentite, è tra le ultime testimonianze architettoniche dell’arte rinascimentale a Taranto. Risulta essere nelle disponibilità del Comune di Taranto nel 1980, anno in cui l’arcivescovo di Taranto, Mons. G Motolese, su richiesta dello stesso, consentì alla cessione dell’intero complesso3, per svolgervi i lavori di consolidamento e restauro delle consistenze pittoriche e gli scavi archeologici, da cui fu effettivamente interessata nel 1984. Fu quindi possibile predisporre il progetto di restauro che fu affidato all’arch. R. Binetti. Il progetto, provvisto di accurati rilievi della chiesa e dell’isolato circostante, tenne conto non solo del recupero fisico degli edifici ma anche di quello sociale e culturale dell’intero isolato di S. Andrea.

Il “complesso” constava al momento dell’intervento, oltre che dell’aula della chiesa, anche di una canonica e di una sagrestia. Più recentemente, la sacrestia e la canonica/falegnameria – i cui ambienti conservano alcune testimonianze archeologiche – sono state acquisite e quindi inglobate all’interno di una struttura turistico ricettiva, l’Hotel Residence Sant’Andrea degli Armeni4, mentre l’aula della chiesa, recuperata con fondi pubblici e rimasta abbandonata, è stata al centro di una serie di azioni tese alla sua valorizzazione e promosse da residenti, comitati di quartiere, associazioni culturali, ONG, Fondazioni e semplici cittadini. Tra queste, le manifestazioni artistiche e culturali a seguito “dell’adozione” di P.zza Monteoliveto (bando pubblico Piazza mia bella Piazza, Delibera di Giunta Comunale n.51 del 31/03/2011) e quindi il ripristino delle condizioni di decoro e fruibilità della chiesa, la partecipazione alle Giornate Europee del Patrimonio 2012 con la riapertura straordinaria della stessa e le visite guidate gratuite5, e l’adesione alla VI edizione del
censimento internazionale “I Luoghi del Cuore”, promosso dal Fai (Fondo Ambiente Italiano) , che ha raccolto le segnalazioni, anche in rete, di 6.122 cittadini, posizionando la Piazza, concepita come bene unitario, e quindi la chiesa di S.Andrea degli armeni al 41° posto tra i beni del patrimonio culturale italiano da valorizzare, e per i quali si chiede, e si è chiesto, un concreto intervento alle Amministrazioni. La Piazza è posta al centro degli ambiti prioritari per interventi di recupero urbano predisposti in più occasioni da quest’ultime, così come individuato sia nella più generale strategia di “Rigenerazione del centro storico”, riavviata dalla A.C. con la delibera di indirizzo G.M. n. 191 del 17/11/2010, sia con il “Programma di Rigenerazione del Patrimonio Comunale”, già elaborato ed approvato con Del. C.C. n. 148 del 01/12/2010, oltre che nell’Avviso Pubblico per la presentazione di manifestazioni d’interesse finalizzate alla redazione del “Contratto di Valorizzazione Urbana – Piano Città Taranto” (Legge n. 134 del 7 agosto 2012, Piano Nazionale per le Città, cd. Decreto Sviluppo predisposto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti), che per l’ambito “Città Vecchia” prevede di creare occasioni di integrazione sociale e funzionale promuovendo nuove opportunità per i cittadini ed un richiamo per i potenziali turisti, oltre che il recupero e la valorizzazione del patrimonio edilizio per favorire l’insediamento di attività turistico ricettive, culturali, commerciali e artigianali in un contesto urbano caratterizzato da disagio sociale. Per la chiesa di Sant’Andrea degli armeni in particolare, oltre che per quella dei SS Medici in Via di Mezzo (anch’essa non fruibile,) il Comune di Taranto risulta beneficiario di Fondi Strutturali relativi alla programmazione 2007/2013 nell’ambito del programma POR FESR PUGLIA, che ha come obiettivo quello di tutelare, valorizzare e promuovere i beni storico-culturali al fine di aumentare l’attrattività territoriale 6. Allo stato attuale nessun intervento amministrativo in tal senso, sembra aver dato seguito alle previsioni, né una risposta alle tante, positive, sollecitazioni “bottom up” provenienti da varie realtà della comunità. Nessun Ente, di nessuna natura, rivendica il bene architettonico come di propria competenza, generando un corto circuito burocratico ed un’assenza di interlocuzione che limita le progettualità e rallenta notevolmente i processi di valorizzazione integrata. Nel frattempo un gruppo di cittadini residenti nel “vicinio” continua a prendersi cura spontaneamente della chiesa cinquecentesca, considerandola come elemento integrante della qualità dello spazio urbano della Piazza, salvaguardandola dal degrado e garantendo volontariamente le condizioni di pulizia, decoro e fruibilità a fini turistici e socio culturali.

DOMUS ARMENORUM: per la gestione partecipata del patrimonio culturale diffuso dell’isola.
L’idea alla base del progetto DOMUS ARMENORUM è quella di trasformare in opportunità questo punto di forza, provando a supportare queste pratiche spontanee e ad innescare processi di “riqualificazione del vicinio” mediante la valorizzazione di uno dei “suoi” beni culturali, la chiesa, intesa nella sua più ampia e inclusiva dimensione di bene sociale. In un sistema integrato di valori e di relazioni. Un luogo inevitabilmente intrecciato alle persone che lo abitano: uno spazio comunitario da trasformare in reale vantaggio competitivo per aumentare davvero l’attrattività turistica dell’isola, rafforzare la coesione sociale, migliorare la qualità della vita dei residenti e promuovere l’avvio di micro processi di sviluppo socio economico locale. Oltre che permettere più ampie forme di partecipazione dei cittadini ai processi di rigenerazione urbana.
Scopo del progetto è quindi la sperimentazione di un modello di recupero e insieme di gestione partecipata del patrimonio culturale architettonico diffuso dell’isola, partendo dal caso della chiesa armena di Monteoliveto. L’obiettivo è quello di valorizzare le potenzialità del bene derivanti da una sua piena fruizione a fini culturali e turistici e dalla formazione di cittadini capaci di offrire piccoli servizi. Il mezzo per raggiungerlo, il coinvolgimento diretto di quelli stessi cittadini – tra operatori culturali e semplici volontari – che si prendono cura della stessa. Il risultato che si auspica di raggiungere è quello della valorizzazione dell’immobile in funzione della creazione di un piccolo laboratorio urbano per la cultura e i servizi al turista, e l’inserimento della chiesa oltre che della piazza che l’ospita in un itinerario di fruizione turistica dell’isola, in rete con le altre risorse già fruibili e le realtà associative, culturali, di operatori del turismo operanti in città vecchia, e con le comunità armene presenti in Italia a livello regionale e nazionale.
L’iniziativa che si intende proseguire è quindi finalizzata a promuovere la piena ed effettiva fruizione pubblica del bene, assicurando che lo stesso venga adibito ad usi compatibili con il suo carattere storico artistico, tali da non arrecare pregiudizio alla sua conservazione, ed è inoltre pienamente coerente con quanto recentemente approvato dalla Legge regionale n. 17/2013 “Disposizioni in materia di beni culturali” ed in particolare con quanto si afferma al comma “e” dell’art. 4 “Compiti della Regione” ed al comma “a” dell’art. 8 “Funzioni e compiti dei Comuni”, relativamente alla collaborazione con Istituti, centri e associazioni culturali diffusi sul territorio e alla partecipazione degli stessi alla valorizzazione del patrimonio culturale e allo sviluppo di attività e servizi connessi, oltre che alla promozione della più ampia partecipazione dei cittadini ai procedimenti di pianificazione e programmazione relativi al patrimonio culturale, con particolare riferimento ai Piani integrati di valorizzazione e gestione e agli Accordi di valorizzazione. Esempi di custodia e gestione di un bene culturale affidata ai cittadini residenti nelle sue immediate adiacenze sono informalmente portati avanti da anni, con successo, per le antiche chiesette di San Toma a Massafra e San Nicola in Montedoro a Martina Franca, entrambe ubicate tra le abitazioni dei rispettivi centri storici.
Obiettivo principale delle iniziative culturali che l’associazione intende mettere in campo nell’immediato è la valorizzazione integrata del bene, finalizzata alla sua promozione, all’apertura al pubblico ed all’inserimento dello stesso nei principali itinerari turistici, in accordo con le strategie messe in campo dall’agenzia Pugliapromozione, oltre che la progettazione di piccoli eventi e manifestazioni culturali e artistiche di supporto.

L’associazione intende inoltre, volontariamente ed a proprie spese, attivare un laboratorio di autocostruzione per fornire la chiesa degli elementi d’arredo e delle suppellettili più idonee a fornire piccoli servizi di informazione e assistenza al turista, riqualificando al contempo il decoro urbano della piazzetta che l’ospita. Il coordinamento generale delle attività sarà curato dal dott. Giovanni Berardi, esperto e qualificato operatore dei beni culturali, guida turistica accreditata, già responsabile di progetto di tutte le iniziative già messe in campo per la valorizzazione della chiesa armena e tutor didattico del Corso di specializzazione #Patrimonioculturale: nuovi strumenti per la valorizzazione integrata (PO Puglia 2007-2013 Asse IV Avv. TA 03/2013), promosso dall’Istituto d’Istruzione Professionale di Taranto in partnership con quest’associazione, nell’ambito del quale alcuni giovani operatori del settore cultura si stanno cimentando in uno studio di valorizzazione del bene. Il responsabile di progetto agirà di concerto con i residenti stessi del vicinio, garantendo la qualità progettuale e culturale delle iniziative e la dovuta oltre che necessaria partecipazione dei cittadini e di tutte le realtà che vorranno collaborare e sostenere il progetto DOMUS ARMENORUM.
A tal fine si richiede, a tutti i soggetti istituzionali in indirizzo, ognuno per quanto di propria competenza, di programmare quanto prima un incontro con i rappresentanti dell’ass. LABUAT e con i cittadini residenti interessati, al fine di condividere, pianificare, individuare insieme le migliori possibili forme di collaborazione per contribuire alla conoscenza, alla conservazione e alla fruizione del patrimonio culturale dell’isola, al rafforzamento dell’identità storica e culturale, allo sviluppo sostenibile del territorio e alla promozione dell’inclusione sociale della popolazione residente, partendo dalla buona pratica della chiesa di Sant’Andrea degli Armeni.

Il 6 giugno del 2013 è stata presentata all’attenzione del sindaco di Taranto una richiesta per la realizzazione di uno spazio per cinema, musica, teatro e danza, da costruire nel parco intorno a un container/laboratorio che sarebbe potuto diventare alla fine del progetto una ciclofficina, utile a sensibilizzare i cittadini all’uso della bicicletta in considerazione dei progetti che ci auguriamo negli anni futuri vedranno realizzarsi in città piste ciclabili.
Il container sarebbe stato dotato di pannelli solari utili ad illuminare la zona circostante da anni ormai al buio, per il non funzionamento della pubblica illuminazione, situazione che rende la zona nelle ore notturne poco frequentata e pericolosa. Tutte queste opere non avrebbero gravato sulle casse della pubblica amministrazione, sarebbero rimaste pubbliche e non avrebbero interagito con il sottosuolo (interessato da vincoli archeologici) in quanto facilmente rimovibili.
La stessa richiesta, presentata nuovamente in data 10 luglio e 12 settembre presso il protocollo del Comune di Taranto e della Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia non ha avuto nessun riscontro.

Alcune immagini del progetto della cellula-laboratorio di costruzione per il Parco Archeologicoplanimetria posizionamento container planimetria posizionamento container container 1 container 1 container 1 container 1 container 1 container 1 container 1 container 1

PROGETTO EUROPEO LANDSCAPE CHOREOGRAPHY. RICHIESTA CHIARIMENTI

Al Sindaco di Taranto, dott. Ippazio Stefano;
All’Assessore alla Qualità del territorio – Assetto del Territorio, Beni Culturali, Urbanistica, Politiche abitative della Regione Puglia, dott.ssa A. Barbanente;
All’assessore al Mediterraneo, Cultura, Turismo della Regione Puglia, Dott.ssa S. Godelli;
Alla Soprintendenza Archeologica per la Puglia via Duomo 133, Taranto,
c.a. del Soprintendente, Dott. L. La Rocca;
oltre che all’Ufficio di Gabinetto Sindaco, c.a. del Dott. G. Licciardello;
all’Assessore all’Urbanistica e Rigenerazione Urbana, Dott. F. Cosa,
all’Assessore al Patrimonio, Ing. A. Spinelli,

Gentili amministratori,
L’associazione Labuat (LABoratorio Urbano Architettura Taranto) nasce nel 2008 grazie al bando Principi Attivi della Regione Puglia, con l’obiettivo di riqualificare gli spazi urbani attraverso realizzazioni concrete e di interesse collettivo.
Dal principio le attività svolte hanno interessato la città vecchia di Taranto ed in particolar modo la zona del Laboratorio Urbano Cantiere Maggese. Nei primi due anni di vita l’associazione si è dedicata a supportare il nascente Laboratorio Urbano, ubicato in una zona marginale e degradata della città. Nel mese di Settembre del 2009 ha progettato e costruito vicino al Cantiere
Maggese insieme al gruppo milanese Controprogetto, un parco giochi temporaneo, che ha ricevuto l’unanime consenso da parte dei cittadini e dell’amministrazione in carica in quel periodo. Questo intervento è stato pubblicato su riviste, presentato in incontri e convegni e inserito in una selezione di progetti di riqualificazione degli spazi pubblici, proiettato nel Padiglione Italia dell’ultima biennale di architettura di Venezia.
Grazie anche a questo lavoro, il gruppo di professionisti di Labuat fa oggi parte di una rete di soggetti pugliesi che si occupano di auto-costruzione, progettazione partecipata e riqualificazione di aree degradate e marginali.
Fra le varie attività svolte dai professionisti dell’associazione sul territorio pugliese va segnalata l’allestimento degli spazi del Laboratorio Urbano Ex Fadda di San Vito dei Normanni, sempre insieme ai colleghi di Controprogetto. In due mesi di incontri, progetti e costruzione degli allestimenti si è riusciti a trasformare uno spazio di 1000 mq che oggi è un punto di riferimento nazionale nell’ambito degli spazi per le attività giovanili e la creatività.
In questi giorni ci apprestiamo per la terza volta in due anni a coordinare, alle Manifatture Knos di Lecce, un gruppo di lavoro che sta progettando, attraverso pratiche sperimentali, la realizzazione di un giardino al posto di un parcheggio asfaltato di 10000 mq.
In questo lavoro siamo guidati da paesaggisti di fama internazionale come Gilles Clement e i Coloco e collaboriamo con i colleghi del LUA (Laboratorio Urbano Aperto), con la Regione Puglia, il Comune di Lecce, la Provincia di Lecce e Lecce 2019.
Dagli inizi del 2011 abbiamo deciso di interessarci della zona del Parco archeologico delle mura greche, nel quartiere Solito Corvisea dove molti dei componenti dell’associazione risiedono.
Alla fine degli anni ‘80 i cittadini che si trasferirono a vivere nei palazzi di un quartiere senza ancora le minime infrastrutture come l’illuminazione e le strade, decisero di autofinanziare la costruzione di campi di calcio e la realizzazione di giardini, piantando numerosi alberi che costituiscono ancora oggi il 90% del verde presente in zona. Ricordando questo insegnamento e la vitalità del quartiere in quegli anni, abbiamo iniziato a scrivere il progetto Landscape Choreography con l’obbiettivo di far rinascere l’interesse da parte dei residenti verso il parco, lasciato all’abbandono.
Il progetto Landscape Choreography è stato finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del Cultural Programme (2007-2013), si sta realizzando in tre nazioni (Italia, Germania e Romania), è co-finanziato dall’assessorato alla Cultura della Regione Puglia, ha come capofila l’associazione Balletto Civile e vede coinvolti fra i vari partner le università di Hannover e Cottbus (DE) e quella di Siena. Le finalità del progetto sono esplicitate nel sottotitolo “From Waste Land to Shared Urban Gardens” cioè, dagli spazi abbandonati ai giardini condivisi, rifacendosi ad esperienze consolidate di carattere internazionale dove giardini e orti urbani sono promossi e gestiti da gruppi di cittadini ed associazioni. Le attività del progetto sono iniziate ufficialmente a gennaio 2013 e si concluderanno a giugno del 2014. Nel caso specifico di Taranto la nostra associazione ha riscontrato una grande difficoltà a spiegare, in numerosi incontri, agli organi competenti, le finalità del progetto e per più di due anni ci siamo impegnati a produrre e protocollare diverse richieste e progetti.
Il 6 giugno del 2013 è stata presentata all’attenzione del sindaco di Taranto una richiesta per la realizzazione di uno spazio per cinema, musica, teatro e danza, da costruire nel parco intorno a un container/laboratorio che sarebbe potuto diventare alla fine del progetto una ciclofficina, utile a sensibilizzare i cittadini all’uso della bicicletta in considerazione dei progetti che ci auguriamo negli anni futuri vedranno realizzasi in città piste ciclabili.
Il container sarebbe stato dotato di pannelli solari utili ad illuminare la zona circostante da anni ormai al buio, per il non funzionamento della pubblica illuminazione, situazione che rende la zona nelle ore notturne poco frequentata e pericolosa. Tutte queste opere non avrebbero gravato sulle casse della pubblica amministrazione, sarebbero rimaste pubbliche e non avrebbero interagito con il sottosuolo (interessato da vincoli archeologici) in quanto facilmente rimovibili.
La stessa richiesta, presentata nuovamente in data 10 luglio e 12 settembre presso il protocollo del Comune di Taranto e della Soprintendenza ai Beni archeologici della Puglia non ha avuto nessun riscontro. In data 10 ottobre 2013 abbiamo ripresentato un nuovo progetto per la realizzazione di un giardino, da realizzare sempre nel parco ma questa volta in una grande vasca di cemento abbandonata. Il cambio di progetto e di posizione all’interno del parco nasce dall’idea di lavorare su uno scarto di un progetto precedente da ripensare per una nuova vita piuttosto che aggiungere nel parco nuovi elementi.
Il progetto prevede la costruzione di una pedana/palco dell’altezza di 45 cm. e la realizzazione di un giardino con piante e sedute. L’evento organizzato nei giorni 25 e 26 di ottobre, in occasione dell’ultimo workshop da tenersi alla presenza dei partner europei, non ha per noi il fine del progetto ma uno strumento per far riscoprire ai cittadini un altro pezzo di parco lasciato in abbandono.
Produttiva è stata la collaborazione con gli operatori dell’ Amiu nei giorni precedenti l’evento, che ha consentito di riportare alla luce in poco tempo la bellezza del posto, apprezzata da tutte le persone che hanno partecipato alle attività organizzate.
Il progetto del giardino non è stato completato nella parte che riguarda le sedute e le fioriere per la mancanza delle risorse economiche necessarie in quanto, nonostante il progetto volga al termine, il co-finanziamento della Regione Puglia è bloccato dal patto di stabilità.
E’ nostra intenzione completare la piazza/giardino come piccolo contributo nell’ambito di un auspicato intervento di recupero nella sua interezza del parco che negli ultimi tempi è tornato d’interesse pubblico, grazie anche all’intervento di numerosi cittadini, associazioni, gruppi e comitati.
Con la presente, pertanto, chiediamo a tutti gli organi competenti di prendere una posizione chiara sulla nostra richiesta di completamento del giardino che è nostra intenzione donare alla città di Taranto affinché resti uno spazio pubblico e attrezzato, e ci rendiamo sin d’ora disponibili ad un’incontro.
Consci del carattere sperimentale dell’iniziativa siamo pronti a supportare l’amministrazione Comunale e la competente Soprintendenza per chiarire tutti i dubbi di carattere tecnico, adempiere le normative esistenti e adoperarsi affinché le strutture siano in totale sicurezza.
Nello stesso tempo cogliamo l’occasione per segnalare che la zona è ormai al buio da anni e necessita di lavori di ripristino della linea elettrica, che mancano alcuni tombini, che il cordolo della vasca in cemento è fatiscente e ha le armature scoperte, così come sono presenti nel terreno numerosi vecchi tombini in cemento rotti che sono pericolosi rifiuti.
Convinti che il nostro lavoro e la nostra disponibilità possano essere considerate come una risorsa per la città e non un problema, siamo convinti che la collaborazione fra cittadini, associazioni ed enti possa essere l’unica strada in questo momento percorribile per provare a sviluppare idee e progetti e recuperare le risorse umane ed economiche utili a riqualificare un’area che fortunatamente in tanti oggi stanno riscoprendo.
Cordiali saluti,

Taranto, 07/11/2013
per l’Associazione Labuat,
il Presidente, Arch. Michele Loiacono

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