Storia di un triangolo

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Quando Alessandra mi ha detto che Michele (Associazione Labuat) avrebbe voluto chiedermi di occuparmi del giardino da realizzare al Parco archeologico delle mura greche ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto molto occuparmi di un progetto simile. Ero contento. Ero contento anche perché mi attirava molto l’idea di lavorare con Alessandra. Le nostre esperienze sono diverse, lei un’artista, io un architetto. Trovavo stimolante l’incontro di questi due mondi ed ero molto curioso di vedere cosa ne sarebbe scaturito.
Alla fine ho detto di sì. Da subito provo un certo disagio dato dal fatto che avrei dovuto lavorare in un contesto al quale sono estraneo. Sento subito l’esigenza di familiarizzare con quel posto, farlo mio, respirarne l’aria e trarne ispirazione e geometrie.

Il contesto è molto particolare. Il Parco delle mura greche è un’area molto vasta all’interno della città di Taranto. E’ un’area archeologica con ancora presenti i resti delle vecchie mura di cinta della città di fondazione greca. Quei resti lì abbandonati sono una testimonianza forte e simbolicamente potente, ma allo stesso tempo fragile nella materia e nel cuore della città stessa.
Il triangolo dista pochi metri da quelle mura, al centro di uno spazio orizzontale ma circondato da alti palazzi, testimoni di quel presente poco curante del passato, un presente che evidentemente non ritiene di doversi relazionare con ciò che è stato prima di lui.
In fase di progettazione una delle esigenze che sono emerse è stata quindi quella di creare qualcosa di bello, di armonico. La bellezza e l’armonia. Concetti una volta fondamentali proprio per i greci, sono oggi da riscoprire, da valorizzare e da difendere, soprattutto in una città come Taranto. Taranto è infatti una città piena di contraddizioni, dove la fitta nebbia del presente, una nebbia rossa e carica di pessimismo, riesce ad avvolgere ed a spingere nell’oblio e nell’indifferenza quelle bellezze architettoniche e naturali di cui è inscindibilmente intrisa. Taranto è bella, di una bellezza decadente ma sempre affascinante. E’ come quelle belle donne che dopo aver sofferto molto smettono di prendersi cura di sé e rimangono nel loro sconforto. Taranto è una città difficile, una città che ha toccato il fondo. Ma è una città con un potenziale enorme, una di quelle città che se solo si decidesse a trovare in sé la forza di rialzarsi diventerebbe come quei fiore che nascono solo nel letame, mica tra i diamanti! C’è tanta voglia di fare a Taranto. Forse non esiste ancora una visione, una meta precisa verso la quale remare, ma di sicuro c’è chi sta provando a remare, anche un po’ a casaccio forse, in cerca di quella meta, di quella salvezza. Questo giardino ne è la prova, ed è grazie ad associazioni come Labuat ed a persone come Michele ed Alessandra che questo uno spazio abbandonato viene recuperato e reso vivo.

Nel gioco di ruoli iniziale io mi sarei dovuto occupare di dare verticalità al triangolo, Alessandra invece si sarebbe occupata della parte botanica del giardino. Sin da subito s’intuisce che questi ruoli non sarebbero stati così rigidi e si inizia a progettare insieme abbozzando schizzi, schemi, calcoli. L’idea iniziale, proposta da Michele, era di inserire degli elementi verticali che potessero servire da sostegno per delle lampade. Si comincia così a pensare a delle soluzioni esteticamente armoniche, funzionale, ma anche economiche.  Quello dell’economicità del progetto non è l’unico tema che ci si trova sin da subito ad affrontare, inizialmente anche i tempi di realizzazione ipotizzati hanno rappresentato una certa sfida, così come la manodopera a disposizione e l’accessibilità al triangolo per il trasporto del materiale.
Dopo poco si giunge a schizzare un progetto più o meno fedele a quello che verrà poi realizzato. Un progetto semplice quindi e relativamente economico. In quel progetto il triangolo sarebbe stato riempito con terra ed all’interno sarebbero state allocate delle vasche d’acqua nelle quali sarebbero state piantate delle piante acquatiche. Gli elementi verticali sarebbero stati dei pali in legno/bamboo con pesci rotanti sulla sommità. Un altro elemento sarebbe stato un palo con in cima una ruota di bicicletta libera di girare con il vento e sulla quale sarebbero stati fissati dei piccoli campanellini. Ulteriori elementi verticali che comparivano in quel progetto erano dei cerchioni di bicicletta conficcati per metà nel terreno.  L’idea era proprio quella di creare un gioco, un movimento, un suono. Ecco, il movimento, il suono. Quasi a rompere un incantesimo.
Riusciamo a risolvere agevolmente molti nodi di quel progetto. Ordiniamo le piante e nove grandi vasi che, opportunamente sigillati, fungeranno da vasche per le piante acquatiche. Ordiniamo le canne di bamboo e troviamo tre tronchi consegnatici dal mare tra le rocce a Satùro i quali fungeranno da sostegni verticali per i pesci. Disegniamo i pesci stilizzati e chiediamo ai ragazzi di ideatagliolaser di tagliarli a laser su plexiglass e legno. Troviamo presso le Ciclofficine tarantine alcuni cerchioni di bicicletta che fanno giusto al caso nostro. C’è da dire che il triangolo a novembre era già stato riempito alla base con macerie e detriti cementizi che avrebbero aiutato a migliorare il drenaggio delle acque pluviali.

Le criticità di quel progetto rimangono sostanzialmente tre: la terra, gli ingranaggi che avrebbero consentito il movimento degli elementi ed i tempi di realizzazione.
La cosa importante per una buona riuscita del progetto è una buona comunicazione tra tutti i soggetti coinvolti: io, Alessandra e Michele. Gli scambi di mail non mancano in questa fase, né gli incontri per discutere e confrontarsi sul progetto e sulle sue criticità appunto. Questi incontri sono sempre stati utili ad individuare appunto le debolezze del progetto e le soluzioni a queste ultime, soprattutto dal punto di vista organizzativo e del reperimento dei materiali.
Si giunge al 23 dicembre ed io, non essendo di Taranto, torno a Trapani, in Sicilia. Decido però di portarmi i compiti a casa per le vacanze. A questo punto l’idea è di mettere insieme tutto e realizzare l’intervento a gennaio. A Trapani continuo a cercare soluzioni tecniche per consentire il movimento dei pesci sulle canne di bamboo e sui tronchi di legno. Lavoro dunque con il padre di un mio caro amico, il sig. Antonio Parrinello, per la creazione di alcuni pezzi speciali che possano permettere appunto la rotazione dei pesci. Due di questi pezzi vengono creati a partire da due cuscinetti attorno ai quali vi è un supporto che verrebbe conficcato nei tronchi e sui quali sarebbero stati fissati i pesci. Un altro pezzo viene creato con lo stesso principio ma a partire dalla ruota di un vecchio pattino.
Al mio rientro a Taranto rimane da risolvere il problema della terra. Dove prenderla? Quanto ci costa? Come la portiamo al triangolo? Le risposte a questi quesiti non arrivano entro i primi di febbraio.
Durante quel periodo io mi occupo di assemblare i pezzi e di preparare tutti gli elementi che andranno a comporre il giardino. Mi reco a Paolo VI per andare a trovare Aldo, un allegro signore che recupera materiali di diverso genere e li ricicla per farne le sue piccole opere d’arte. Aldo è un tipo originale e mi piace l’idea di coinvolgerlo in questo progetto. E’ lui che trova il modo di far girare la ruota di bicicletta posta con un perno in cima ad un tronco. Ritaglia alcune bottiglie di detersivi e ne ricava quattro pale. Le pale, correttamente fissate sulla ruota, permettono infatti che la ruota giri grazie al vento. Aldo è stato molto gentile e disponibile ed lo ringrazio per questo.

Alessandra si occupa di concordare con il vivaio le piante che restano da ordinare anche a causa di una nevicata, annunciata da giorni ma della quale il vivaista sembra non fosse stato avvertito in tempo, che ha danneggiato irrimediabilmente alcune delle piante precedentemente ordinate. Il 5 febbraio parto di nuovo e torno in Sicilia. Decidiamo dunque di finire il lavoro nella prima settimana di marzo.
Il 28 febbraio torno a Taranto, le piogge degli ultimi giorni hanno reso il triangolo una vasca d’acqua. Michele ha già comprato i badili, un sacco di cemento, una carriola, ed altri attrezzi utili. Il 2 Marzo si comincia a lavorare. Svuotiamo il triangolo ormai pieno d’acqua e ne riempiamo le vasche. Sistemiamo i detriti sul fondo del triangolo. Posizioniamo le vasche piene d’acqua.
Il giorno seguente  le vasche ci sono ancora.. cominciamo bene! C’è un bel sole ed il clima tra di noi è allegro e determinato allo stesso tempo. Per il giorno dopo è prevista pioggia, bisogna finire tutto entro oggi! Iniziamo collocando le canne di bamboo ed i tronchi, con relativi pesci rotanti e non, e li fissiamo al fondo del triangolo creando loro delle piccole fondazioni all’interno di piccoli contenitori di plastica. A questo punto manca solo la terra. Beh, la terra non c’è. La terra costa troppo e il trasporto sarebbe difficile e costoso. Allora che fare? Già il giorno prima, con Michele, avevamo risolto il problema decidendo di non utilizzare affatto la terra. Infondo non abbiamo molte piante da piantare nella terra. La maggior parte delle piante sono acquatiche. Decidiamo quindi di riempire il triangolo con della ghiaia. E’ facile da reperire, economica e poco distante dal parco. Il trasporto lo organizza Michele con l’utilizzo di un piccolo quattro ruote con cassone, della grandezza giusta per poter entrare all’interno del parco. Si organizzano due viaggi e la ghiaia trasportata si rivela essere sufficiente. Aggiungiamo due piccole aiuole con la poca terra a disposizione e, finite di piantare le piante, il triangolo è pronto.
Siamo tutti soddisfatti e consapevoli di aver fatto un bel lavoro. Si è creato un bel gruppo di lavoro e non sono mancate le persone che passando ci hanno lasciato un sorriso, una parola gentile. Personalmente sono molto contento dell’esperienza e del risultato finale. Abbiamo creato qualcosa di bello e fragile allo stesso tempo, qualcosa da preservare e non da distruggere, qualcosa che di certo non passa inosservato. Sono contento di aver lasciato qualcosa in questa città, una piccola traccia di venerea bellezza. Lascio Taranto, una città per me ancora troppo misteriosa e difficile da decifrare.
Antonino Agueci

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