Vurpo alla Luciana

Siamo stati in questi giorni in chiazz du vurp gigant o Park Urka o il campetto o semplicemente lo slargo antistante l’ex chiesa di San Gaetano (Cantiere Maggese) e abbiamo notato dei segni di abbandono e piccoli atti di decostruzione delle strutture costruite.
Ce l’avevano detto in tanti, forse con un’eccessiva dose di realismo, che quello spazio non sarebbe durato, che era sprecato tanto lavoro per la gente della città vecchia, che il polpo lo avrebbero cucinato e mangiato fra Natale e Santo Stefano.
Per questo lo abbiamo chiamato parco giochi temporaneo: quel “temporaneo” per noi significa che durerà il tempo che deciderà, con il suo utilizzo, la comunità locale.
Per noi è stato un gioco, un esperimento per capire le potenzialità di quello spazio vivendolo, facendo un’osservazione partecipata nel tempo.
Abbiamo pensato, prima di iniziare il laboratorio Park Urka, che erano precoci i tempi per una progettazione partecipata in città vecchia, lì dove la gente è abituata da anni a false promesse, aspettative di rinascita tradite, disillusa e soprattutto avvezza a “subire” decine di progetti che sono nati e morti nel giro di pochissimo tempo.
Per questo abbiamo ritenuto che l’unica strada perseguibile fosse quella di utilizzare uno spazio abbandonato per farlo diventare campo di sperimentazione pratica e manuale nel quale coinvolgere in prima persona gli abitanti del luogo e soprattutto i più piccoli.
Non era importante la bellezza estetica del prodotto finale ma il processo di dialogo, confronto e costruzione che ci ha visti impegnati per giorni, dalla mattina alla sera in quegli spazi con i residenti di via Cava.
In quei giorni di settembre abbiamo avuto modo di conoscere meglio la città vecchia, di capirne alcune problematiche attraverso la semplice osservazione delle abitudini dei suoi abitanti.
Nei primi giorni, quelli del vero parco giochi, prima di Park Urka, quello spazio si è riempito di bambini, con il semplice passaparola; li abbiamo visti arrampicarsi, salire su tetti, muri e archi, saltare, ballare.
Immediatamente abbiamo pensato alla disciplina del parkour, e abbiamo optato per una rivisitazione soft di un percorso tridimendionale con un diverso utilizzo degli stessi elementi, da quello più classico della porta di calcio o scivolo a quello più ardito della barra per gli equilibrismi o di un elemento in più da scalare.
Dai bambini abbiamo avuto la conferma che il primo problema da risolvere in quello slargo era quello della pavimentazione, visto che, a causa della pendenza e del cattivo stato del cemento, non era possibile nemmeno il semplice gioco del pallone.
Da qui l’idea di realizzare un nuovo massetto, sempre in cemento ma con una granulometria più omogenea rispetto alla preesistente, realizzato grazie al materiale e ai mezzi forniti dall’impresa Volpe e con l’utilizzo di manodopera locale.
Lo scivolo e l’altalena erano i suggerimenti più facili che ci venivano dai più piccoli per i giochi e abbiamo cercato di conciliare queste richieste con gli elementi architettonici preesistenti nella piazza.
Tutti i nuovi elementi sono stati posizionati sui lati dello slargo per evitare un utilizzo rigido dello spazio, poter consentire partite di calcio, libero movimento e l’utilizzo per spettacoli. Il palco/pedana e le
panchine invece sono servite a ri-definire in modo funzionale i limiti della piazza.
La cosa più emozionante è stato vedere, soprattutto nei primissimi giorni, quello spazio pieno di gente, lì dove nei giorni precedenti avevamo visto solo immondizia e abbandono; e il piacere continua nel tempo.
Fin qui i lati estremamente positivi. Veniamo, però, ai limiti.

Da subito ci siamo posti il problema del controllo, della salvaguardia e della manutenzione di quello spazio ed abbiamo iniziato a riflettere sulla possibilità di recintarlo anche se l’idea, che sembra anche allo stato attuale la soluzione più pratica, non ci convince.
A nostro avviso crediamo che i muri vadano eliminati e non alzati, che le barriere siano un invito al “superamento” e soprattutto che sia importante lanciare un messaggio di fiducia verso le persone che vivono gli spazi pubblici.
Con uno spazio completamente abbandonato al suo destino abbiamo riscontrato che le altalene sono state le prime ad avere dei problemi, per via della fragilità delle corde con cui erano realizzate e della scarsa consistenza degli archi a cui erano ancorate (per motivi di sicurezza abbiamo deciso di rimuoverle in attesa di una soluzione più duratura e sicura).
Da sottolineare che il processo che ha portato alla costruzione di Park Urka è costato nel suo complesso circa 7000 euro e che con un low budget del genere e poco tempo a disposizione era impensabile realizzare delle strutture “eterne”.
Questo però non vuol dire che dobbiamo esimerci dal riflettere sulla durabilità, ecologia, facilità di manutenzione dei materiali e delle tecniche costruttive utilizzate così come sul rapporto fra spazio e tempo, lì dove in città vecchia tutto “invecchia” più velocemente per via della velocità delle trasformazioni e dei cambiamenti.
Lo scivolo ha continuato a funzionare fino a pochi giorni fa, quando ci sono stati segnalati dei pezzi rotti nella plastica. Che si tratti di usura o di un gesto volontario, poco importa ai fini di questa riflessione.
Più volte in questi mesi i bimbi maschi ci hanno chiesto di rimuovere il polpo e mettere al suo posto un’altra porta per completare il campetto di calcio, evidenziando il carattere maschile del gioco che avviene in quello spazio.
La soluzione che abbiamo in mente e che vorremmo realizzare al più presto è la realizzazione di una porta antistante lo scivolo in modo tale da consentire entrambi gli usi.
Le panchine e la pedana invece hanno goduto di ottima salute fino a capodanno, momento in cui il gioco dinamitardo di pochi ne ha distrutta una, ripristinata nei giorni dell’inaugurazione di Cantiere Maggese ma ora di nuovo a rischio per il “gioco” sempre di pochi.

Questa è un’altra questione da affrontare per chi decide di prendere in cura uno spazio pubblico come quello, in terra di nessuno: cosa e come farlo e soprattutto come relazionarsi con gli “scontenti” delle scelte che inevitabilmente vanno prese.
Difficile che ci possa mai essere una progettazione partecipata tale da coinvolgere realmente tutti fino a produrre un senso di appartenenza tale da garantirne la manutenzione e la cura autonoma.
Più volte in questi mesi abbiamo ripristinato le altalene, aggiustato la panchina, pitturato il polpo, completando la pavimentazione della piazza con uno strato di cemento ancor più liscio e compatto, sollecitato la pulizia e l’interesse da parte dell’ AMIU e dell’amministrazione comunale.

Che fare ora?
Ripristinare e sostituire lo scivolo? Con che soldi? (Il finanziamento di Principi Attivi è finito.)
Per farlo durare quanto se non si lavora con continuità per cambiare le condizioni ambientali che producono il deterioramento?
Sicuramente è imprescindibile garantire una presenza costante sul posto, per evitare l’effetto “vetro rotto”, cioè il degrado che invita ad un maggiore degrado.
Questa continuità noi possiamo garantirla solo come abbiamo fatto fino ad ora, ma sappiamo che da soli non ce la facciamo e forse non sarebbe nemmeno giusto, visto che nessuno di noi vive in città vecchia ma nemmeno in quartieri esenti dalle problematiche di carenza di spazi per il gioco e l’aggregazione pubblici.
Vogliamo poterci spendere anche in altri quartieri, continuare ad avere un pensiero critico sulla città, sulle sue dinamiche, proporre delle pratiche sperimentali di intervento, tecniche costruttive più ecologiche e consapevoli, generare delle possibilità di lavoro in rete e soprattutto multisciplinari.

Il nostro laboratorio è aperto così come questa discussione.

Per visualizzare le ultime immagini di Park Urka http://picasaweb.google.it/labuat/ParkUrkaTaranto1703201002#

1 commento
  1. ugo ha detto:

    Salve ragazzi..mi chiamo Ugo e faccio parte del gruppo di persone che gestiscono il lab urbano di Brindisi…sono stato onorato di prendere parte alla vs giornata inaugurale durante la quale si percepiva chiaramente la soddisfazione di chi ha lavorato per mettere su il cantiere maggese.Ho appena letto quanto sopra e volevo comunicarvi tutta la mia solidarietà ma anche il dispiacere nel constatare che la realtà è sempre uno schianto, e ci pone continuamente di fronte alla dimensione importante delle questoni sociali che caratterizzano i luoghi di emarginazione e di devianza.
    Tuttavia ponendomi umilmente nella vostra situazone, che forse in futuro ci troveremo a gestire anche qui nel luc di brindisi, io probabilmente farei riferimento alle motivazioni personali e di progetto sociale pubblico di fondo per valutare con serenità la solidità e la consistenza di ciò che stiamo facendo.L’aspetto motivazionale e ideologico è fondamentale per portare avanti questo tipo di progettualità, ricordando pur sempre che bollenti spiriti è un programma che vuole SPERIMENTARE una diversa sensibilità ed un nuovo approccio a problematiche ben note delle nostre realtà urbane.
    Per cui ritengo che proprio la condizione di ESPERIMENTO implica di doversi impegnare fino al limite delle possibilità di ognuno, oltre il quale diventa necessario un incremento di energie, come la possibilità che operino nella stessa direzione anche gli enti locali, le scuole, le parrocchie, e qualsiasi cittadino animato da buoni propositi.
    Il tutto in una dimensione corale che, certamente, e nel lungo periodo, produrrà qualche piccolo segnale di cambiamento.
    Concludo dicendo che il mio intervento vuole essere solo di incoraggiamento a proseguire nel vostro impegno, forti di una rete(quella di BS) che come vedete esiste.Restiamo a disposizione per un confronto o per valutare soluzioni sostenibili.
    Auguri di buona riuscita e buon lavoro

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